Foto di Stefan Meller da Pixabay

Il Ministro Patrizio Bianchi ha dichiarato che «Il governo ha riposto la scuola al centro di questo nostro Paese in trasformazione. Il nostro cammino ha due componenti essenziali, riforme e investimenti».

Gli investimenti sono orientati per 13 miliardi agli ambienti (asili e scuole infanzia, mense, palestre, scuole nuove e ristrutturazioni), e per 5,4 miliardi al rinnovamento della didattica. Si tratta di interventi per così dire ordinari, ma che non rappresentano il cuore della strategia annunciata, che consiste nel favorire processi che rendano la scuola capace di una proposta formativa rinnovata.

Qualcosa è rintracciabile nelle riforme che si intendono realizzare, specie le tre principali: l’istruzione tecnico superiore, gli istituti tecnico professionali, l’orientamento.

Le prime due rivelano la ripresa di un filone più volte avviato e altrettante volte interrotto, quello della qualità della filiera formativa professionalizzante. Tale modo di procedere stop and go, il cui ultimo esempio è la cancellazione di fatto nel 2018 dell’alternanza formativa per sostituirla con i PCTO, riflette una spaccatura verticale nella cultura degli insegnanti e dei loro sindacati, tra i quali prevale l’idea che, per non offrire vantaggi alle imprese, è preferibile non fornire ai ragazzi una preparazione adeguata alla realtà, anche se questo incrementa l’area della disoccupazione giovanile.

La terza riforma tende ad affrontare il problema del disorientamento degli studenti concentrandosi però sulla coda dei processi, la dispersione scolastica, piuttosto che sulla testa, ovvero il cantiere del rinnovamento aperto da diversi anni nel nostro sistema educativo.

L’intreccio tra le notevoli risorse del Next Generation UE e un governo che pare all’altezza della situazione, imprimerà all’intera società italiana una spinta tale da modificare molti degli assetti precedenti: la transizione green e quella digitale, la modernizzazione del sistema sanitario e della pubblica amministrazione, l’attenzione ai territori ed ai soggetti svantaggiati, il tema dei trasporti, sono tutti elementi che modificano il quadro di riferimento entro cui la scuola definisce la sua mission. Questa non consiste nell’adattamento alle varie e contraddittorie richieste dei soggetti politici, culturali ed economici che insistono nel dire alla scuola cosa deve fare, ma nell’operazione educativa e culturale che formi nei giovani la consapevolezza del mondo e di sé e l’esigenza etica della propria realizzazione collaborando alla trasformazione della società perché sia più giusta, rispettosa e umana. 

Per il rinnovamento della scuola non bastano gli investimenti sugli ambienti fisici e didattici e neppure la ricerca di una più stretta alleanza con le forze della comunità; servono tre operazioni “fondative”:  1) portare a sintesi le tante esperienze positive finora realizzate; 2) ripulire l’ordinamento e le procedure che si sono stratificate negli anni creando un groviglio oramai ingestibile, ed elaborare un testo unico dell’istruzione centrato sull’essenziale e sull’autonomia effettiva; 3) concentrare le risorse e le energie sui cantieri fondamentali su cui indirizzare l’intero sistema educativo:

  • Sostenere lo sviluppo delle doti umane, culturali e professionali degli insegnanti, mettendo in luce il potere generativo delle discipline tramite un confronto comunitario continuo sui grandi temi del nostro tempo da cui emerga un flusso di cultura viva entro cui coinvolgere gli studenti tramite veri e propri laboratori di ricerca ed approfondimento.
  • Ripensare i curricoli liberandoli dal formalismo e gigantismo delle molte procedure a cui le scuole debbono sottostare, mettendoli in relazione con i temi-valore della rinascita della società quali la persona umana, la comunità, la democrazia, la sostenibilità, il lavoro, la convivenza “gentile” e premurosa.
  • Porre al centro della nuova scuola i giovani ed il loro protagonismo, che li liberi da tutte quelle deviazioni (maternage, paternalismo, medicalizzazione…) che tendono a confinarli entro una perenne “minorità”, per collegare l’apprendimento alla loro crescita come soggetti in grado di contribuire alla trasformazione in senso umano della comunità.

Per “cantiere” non si deve intendere il tipico andamento top-down finora seguito, fatto di commissioni, norme e linee guida, ma un vero movimento educativo e culturale che coinvolge in primo luogo le scuole ed i loro alleati presenti nei territori. L’attuale governo ne sarà capace? Dario Nicoli  

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1 commento

  1. Faccio l’insegnante da pochi anni e, a mio modo, avevo intuito quali fossero gli ingredienti fondamentali per un apprendimento di successo. In queste interviste emergono chiaramente:
    – L’EMPATIA CON I RAGAZZI: all’inizio può essere una battaglia ma poi se li conquisti e loro conquistano te allora c’è la svolta; se il terreno è fertile e ben lavorato allora il raccolto sarà abbondante e gratificante.
    – L’adesione a PROGETTI che davvero mettano in campo delle competenze, rendendo veramente i ragazzi protagonisti dell’apprendimento. Queste esperienze aiutano a sviluppare creatività, capacità di problem solving, senso di responsabilità nel portare a termine un progetto che presenta una serie di limitazioni di tempo, risorse, ecc. Queste sono capacità davvero essenziali nelle realtà aziendali, ma non solo. Ho lavorato in università per qualche anno, affiancando alcuni ragazzi nel loro tirocinio in laboratorio e spesso mi sono accorta che il lavoro della tesi sperimentale rappresentava la prima vera prova esperta in cui i ragazzi si approcciavano a un progetto vero, in cui le conclusioni non erano scontate e i risultati dipendevano dalla loro volontà di mettersi in gioco, dalla loro capacità ad affrontare i problemi nel percorso, dalla loro dedizione al lavoro. Questo può appassionare ma può anche sfiancare. Sicuramente può aiutare lo studente ad orientarsi nelle scelte di lavoro/studio future. Credo allora che la scuola del futuro debba veramente essere più progettuale, se vuole davvero preparare i ragazzi al mondo del lavoro che, forse ha più bisogno di persone “in gamba” che sappiano assumersi delle responsabilità, che abbiano un “metodo” che consenta loro di affrontare i problemi, i momenti duri e di non spaventarsi di fronte alle cose che non sanno. Certo questo tipo di didattica non credo sia facile; ci vogliono idee, sforzo organizzativo e molto altro.
    – LA SQUADRA DEI DOCENTI fatta da persone serie che condividono una visione.
    Come insegnante precaria, inoltre ho potuto constatare quanto sia importante il TEMPO. Ci vuole tempo per costruire un clima di fiducia tra la scuola, le famiglie e la comunità/il territorio all’interno del quale la scuola si colloca. Per un docente giovane il clima che si respira a scuola può essere un fattore determinante per affezionarsi o disaffezionarsi alla professione. In una buona scuola (intesa come “luogo di appuntamenti e non di agguati”) anche un’esperienza come la didattica a distanza può essere intrapresa come una nuova opportunità di crescita, limitando le preoccupazioni di quelle persone (docenti e studenti) che si approcciano con angoscia a questo nuovo e inesplorato modo di fare scuola.

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