Referendum e democrazia diretta: un’idea provocatoria per un confronto che non va lasciato cadere: “perché non mettere il quorum pure alle elezioni dei parlamentari e degli amministratori locali, oppure, piuttosto, perché non toglierlo in entrambe i casi?

Bruno Perazzolo

Inizio dalla provocazione. Era una questione che mi gironzolava per la testa da tempo. Mi chiedevo: “come mai il quorum vale solo quando sono i cittadini a decidere sulle leggi e non quando, invece, i cittadini vanno a votare per delegare a qualcun altro il potere di fare le leggi?” Poi, ad un incontro sul federalismo, qualcuno, con voce autorevole, ha espresso esattamente lo stesso concetto. Illuminazione! Mi sono fatto coraggio. Forse l’interrogativo  non era così balzano. Se anche altre persone pensano, come me, che il quorum stia proprio a simboleggiare la minorità dei cittadini rispetto ai partiti, significa che, mettendosi in quest’ottica, si possono capire un sacco di cose. Vengo al dunque.

In base alla “scarsa simpatia” da sempre normalmente riservata dalle forze politiche al referendum,  si può ben comprenderne l’utilizzo che ne è stato fatto sino ad oggi per scopi che, con la democrazia diretta (il diritto dei cittadini di votare sulle leggi), hanno poco o nulla a che vedere. Per esempio, il referendum dell’8 – 9 giugno scorso. Come avevo anticipato in questo articolo “Referendum: dispiaceri, domande e provocazioni di un federalista convinto: perchè non premiare i cittadini responsabili abolendo il quorum?” PensarBene 4 giugno ‘25, era ampiamente prevedibile che l’esito sarebbe stato un clamoroso flop. Però, malgrado questo convincimento, “da federalista appassionato di democrazia diretta”, come sollecitato dalla nostra Costituzione all’art. 75, mi sono lo stesso recato alle urne per esprimere un giudizio sui quesiti referendari. Sapevo che il mio voto sarebbe stato distorto e strumentalizzato, ma le ragioni civiche hanno, alla fine, prevalso e purtroppo, con le ragioni civiche, anche la prognosi che avevo formulato si è avverata. Di lì a qualche giorno, su giornali e TV, ho scoperto di essere stato annoverato tra i 14 milioni di elettori pronti a dare sostegno alla ripartenza dell’opposizione di centro sinistra. Le cose non sono andate meglio a chi, alle urne, non si è mai sognato di recarsi. La sua astensione lo ha fatto includere di default tra quel 70 % di elettori che, restando a casa, avrebbe espresso un sostegno al Governo Meloni o giù di lì.

Questi scarni argomenti credo siano più che sufficienti per comprendere la triste realtà che caratterizza l’istituto del referendum nel nostro paese. A quanto ne so, negli ultimi trent’anni, il quorum è stato conseguito solo una volta, nel 2011, sul quesito della gestione pubblica dell’acqua. Votò il 54,8 % degli aventi diritto e i “sì all’abrogazione” vinsero ampiamente con il 95,35 %. Sennonchè, persino in questo caso, malgrado la valanga di consensi a favore di una “gestione pubblica dell’acqua sottratta al profitto”, si fatica a dire che la normativa successiva, deliberata dagli organi rappresentativi (Parlamento, Consigli regionali ecc.), abbia rispettato l’indicazione popolare. Ad ogni modo, al di là del caso specifico, dal 1997 ad oggi mi risulta siano stati celebrati solo 10 referendum abrogativi dei quali 9 non hanno raggiunto il quorum. Un bilancio ben misero alla luce del quale, se per davvero, tra coloro che, estemporaneamente (tradotto: quando fa comodo), si scoprono seguaci della “democrazia diretta” ci fosse autentico interesse a dare più voce ai cittadini, dovrebbe prevalere, anziché la compulsiva insistenza sulla promozione di ulteriori quesiti referendari, la messa in discussione dello stesso referendum abrogativo così come previsto dall’art. 75 Cost. Però, onestamente, devo anche dire che dubito fortemente che ciò possa accadere. Dopo l’ennesimo flop, puntualmente, si accende la discussione sulla necessaria riforma del referendum abrogativo volta ad impedirne i sostanziali fallimenti, l’uso improprio e il conseguente spreco di danaro pubblico. Altrettanto puntualmente, dopo il polverone infarcito di ordinarie balordaggini, la discussione si chiude in attesa del prossimo “nulla di fatto”.

In questo panorama piuttosto deprimente, va detto che, circa un decennio fa, un’eccezione c’è stata. Penso ai Cinque Stelle di Grillo e Casaleggio. Per quanto il loro modo di considerare la democrazia diretta, il referendum e l’utilizzo del digitale nel contesto di altre idee per me insostenibili, depotenziasse i loro argomenti, credo vada riconosciuto a questo movimento il grande merito di avere aperto, nel tratto iniziale della sua storia, un grande confronto pubblico sulla crisi della democrazia rappresentativa e sulla conseguente urgenza di pensare a forme di democrazia almeno in parte sostitutive e/o complementari quali, appunto, la democrazia diretta e partecipata. Poiché temo che questa “fase storica dei Cinque Stelle” sia stata sostanzialmente archiviata dalla nuova leadership di questo partito, mi domando: “non è forse il caso che questa discussione debba essere riaperta proprio da chi, professandosi convintamente democratico, sia consapevole che la democrazia non può reggersi sulla sola gamba della delega?” Come direbbe Aristotele, fondamentale, per un “il buon governo della polis” è quella diffusa partecipazione dei cittadini alla politica che certo non può essere ridotta al voto dei propri rappresentanti ogni 4 o 5 anni. 

2 commenti

  1. Giusta provocazione! O si abolisce il quorum per il referendum, o lo si estende anche alle altre elezioni politiche e amministrative. Il voto dei cittadini avrà valore solo se la presenza alle urne, per l’elezione dei candidati alle politiche e alle amministrative supererà il quorum. Credo che una proposta del genere possa incentivare il cittadino a recarsi alle urne. Lo si potrà meglio constatare per le
    elezioni amministrative, comunali ad esempio, dove il cittadino può toccare con mano l’operato di chi amministra e sentirsi quindi maggiormente coinvolto e responsabile nella gestione del denaro pubblico. A quel punto la “vittoria” del candidato sindaco, non sarà solo di quella parte di elettori che comunque lo avrebbe già sostenuto, ma di una più ampia maggioranza. Più coinvolgimento quindi del cittadino che da troppo tempo per sfiducia, superficialità, viene meno al voto, diritto, dovere civico. Mi è piaciuta molto questa nuova provocazione al punto che estenderei il quorum anche alle elezioni citate. L’effetto potrebbe essere quello di riportare il cittadino ad una maggiore consapevolezza dell’essere elettore, che si manifesta attraverso il voto.

    1. Author

      Grazie davvero per questa risposta che denota disponibilità al confronto e coglie il punto cruciale: come responsabilizzare i cittadini e fare del referendum un momento di autentica partecipazione alla formazione delle leggi. In quest’ottica anche la soluzione di togliere il quorum, come già avviene x l’elezione dei rappresentanti, mi sembra opportuna. Di nuovo grazie

Rispondi a Bruno Perazzolo Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.