Macron, dopo l’orrenda strage islamo-fascista di Nizza, ha affermato che «la religione deve essere esercitata liberamente, perché è un valore». Ma lo stesso Presidente francese ha più volte sostenuto che “in Francia il diritto di blasfemia è collegato alla libertà di coscienza”, svuotando in questo modo di qualsiasi sostanza la parola “valore” e riducendo la religione ad un mero fatto di opinione individuale.
Tra le due affermazioni si evidenzia una contraddizione insanabile: una società che si dice orgogliosa di riconoscere come valore la liberà religiosa come può, allo stesso tempo e con lo stesso orgoglio, consentire che una qualsiasi religione venga pubblicamente dileggiata, ingiuriata o diffamata?


Nell’ordinamento italiano, giustamente, esiste il reato di vilipendio di una confessione religiosa che punisce la bestemmia, specie se esibita in pubblico, in quanto va oltre la libera manifestazione di un pensiero, costituzionalmente garantita, ma in quanto esprime una volontà ingiuriosa e diffamatoria.

Si tratta innanzitutto di una questione di coscienza: quando l’esercizio della derisione sconfina al punto di ferire i sentimenti altrui facendo ridere pochi, la creatività artistica dovrebbe chiedersi dove collocare il limite, non fosse altro per una questione di decoro, a cui viene meno chi è affetto da “incontinenza espressiva” o da bulimia dello stupore.
Con questo comportamento, è vero che riconosco all’altro il mio stesso valore? perché mi permetto di insultarlo? quale convivenza si crea con queste premesse?
Rispettare e preservare i beni di una comunità è un dovere di ogni spirito autenticamente laico. Che deve riflettere anche sul male che si semina con questi comportamenti, come ci ricorda il Manzoni in questo passo de I promessi sposi (cap II) in cui Renzo, scoperto chi sia il prepotente da cui subisce il sopruso, “camminava a passi infuriati verso casa, senza aver determinato quel che dovesse fare, ma con una smania addosso di far qualcosa di strano e di terribile. I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi.”

2 commenti

  1. Quando la satira diventa “incontinente”
    Daniela Mario 31/10/20
    L’articolo 21 della nostra Costituzione recita “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. … Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.”
    Ma quando si viola il “buon costume”? Qual è il limite tra la libertà di espressione, la creazione artistica e la denigrazione gratuita, soprattutto quando ci si rivolge non tanto ad un personaggio pubblico o ad una parte politica, ma ad un’entità astratta come il sentimento religioso? È un terreno impervio, delicatissimo, altamente complesso a cui è difficile associare una risposta finale, anche perché la risposta, come qualsiasi atteggiamento, è frutto del suo tempo e dell’evoluzione del senso del limite che lo stesso genera.
    Secondo me, riconoscere che la libertà di manifestare le proprie idee religiose, è un “valore”, quest’ultimo non viene svuotato dal considerare la libertà di espressione, anche satirica, un “fatto di coscienza”.
    Penso che appellarsi alla “libertà di coscienza” sia un valore irrinunciabile. Certo, c’è coscienza e coscienza! Ci sono anche gli “incoscienti”, ovvero coloro che fanno fatica a cogliere i nessi causali tra i propri comportamenti e gli effetti che generano negli altri, come per esempio, cogliere il nesso tra le vignette satiriche e le stragi che ne seguono. Pur non sapendo dove collocare il limite quando in gioco ci sono due libertà contrapposte (professare una religione e libertà di stampa) penso che, in presenza di un alto fattore di rischio, la libertà di “espressione artistica” trovi una valida ragione per “contenersi” entro certi limiti (sentenza della Cassazione civile, sez. III 08/05/2012 n° 6902). Quando l’esercizio della derisione sconfina al punto di ferire i sentimenti altrui facendo ridere pochi, la creatività artistica dovrebbe chiedersi dove collocare il limite, non fosse altro per una questione di “decoro”, a cui viene meno chi è affetto da “incontinenza espressiva” o da bulimia dello stupore, una sindrome che andrebbe “curata”, non tanto a livello legislativo (si potrebbe incorrere in forme di controllo non più accettabili) quanto a “livello di coscienza”, sviluppando, a partire dalla formazione primaria, “ la capacità di avvertire, valutare, comprendere i fatti che si verificano nella sfera dell’esperienza individuale o si prospettano in un futuro più o meno vicino” (Dizionario online).
    Piergiorgio Odifreddi scrive sul quotidiano Domani del 31-10-20: Il buon senso vorrebbe che, invece di buttare olio sul fuoco, si cercasse di spegnerlo: in particolare, difendendo ovviamente i propri e altrui diritti di opinione, ma evitando di avventurarsi lungo una china che presenta un piano fortemente inclinato. Questa china è costituita da comportamenti che, partendo a valle dal dissenso e dalla critica, salgono attraverso l’ironia, la satira e il sarcasmo, per raggiungere le vette dell’insulto e della violenza, verbale o fisica.”

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  2. Ero nel treno che porta da Gavirate a Milano Cadorna. Sale un gruppo di adolescenti che iniziano a bestemmiare e, scarpe ostentatamente sui sedili, a spargere pop corn dappertutto mentre una musica assordante copriva il resto del loro discorso. Si sentivano solo vaffa e bestemmie. Alcuni stranieri guardavano indignati anche perchè nessuno interveniva. Solo il controllore osò un timido rimbrotto. Senza successo naturalmente. L’incubo terminò alla fermata successiva quando l’allegra compagnia scese dal treno. Ora, mi chiedo, cosa c’entra tutto questo con la libertà di manifestazione del pensiero? Se il mio diritto cessa dove inizia quello dell’altro, ne deriva che non esistono diritti illimitati altrimenti solo UNO sarebbe libero e tutti gli altri sudditi. La libertà di manifestazione del pensiero, PIETRA ANGOLARE della nostra civiltà, non sfugge a questa regola e i limiti che si impongono sono anche giuridici, non solo di coscienza. Diffamazione, vilipendio, omofobia, buon costume ecc. sono limiti alla libertà di pensiero, perchè non dovrebbe esserlo – protetto con sanzioni altrettanto severe ed effettive – anche il divieto di bestemmiare? Eppure la libertà di religione, come la libertà di pensiero, VERE COLONNE DELLA NOSTRA CULTURA, si difendono con il dovere della tolleranza e del rispetto verso le idee altrui. Dov’è sta il rispetto di questi doveri in chi bestemmia? A me pare che se oggi c’è un serio pericolo per la libertà di manifestazione del pensiero questo viene dal nostro esserci dimenticati che democrazia e tolleranza non hanno nulla a che vedere con permissivismo e mollaccismo verso i prepotenti poichè ai cittadini, rispetto ai sudditi, è dovuto “UN DI PIÙ, NON UN DI MENO” di autocontrollo e di rigore morale. Certo la sfida del fanatismo e dai regimi illiberali, vecchi e nuovi, non è meno grave. Ma una bestemmia aiuta o non ci rende tutti più deboli? L’allegra compagnia di adolescenti alla fine è scesa dal treno e io mi sono vergognato.

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