Non solo l’inflazione. La vittoria democratica in Texas dice molto e dice qualcosa di più profondo. È cambiata la narrazione?

Bruno Perazzolo

L’entità della vittoria democratica è stata enorme. Nel Texas, dal 1988 i democratici non conquistavano un seggio al Senato e dal 1994 non ottenevano una carica statale. James Talarico, 37 anni di età, ottiene il seggio al Senato con il 55 % dei voti staccando il suo avversario di 12 punti percentuali. Solo qualche anno fa, sempre nel Texas, nel 2024, Trump aveva distanziato il suo avversario democratico di 14 punti percentuali. Lo spostamento dell’elettorato è stato, perciò, impressionante; circa il 25% e, cosa ancora più significativa, il fenomeno ha ampliamente interessato il voto popolare e latino-americano. Come spiegare questa “rivoluzione”?

Certo ha pesato il dato economico. L’inflazione, che molti elettori hanno associato a una politica estera incostante e contraddittoria. Dazi “decisi al mattino e rimossi la sera”. Guerre chiuse a parole e il giorno dopo confermate da pesanti bombardamenti. Relazioni internazionali amichevoli tradotte, nel giro di una notte, in pesanti conflitti diplomatici. Il tutto, concretamente alla portata della comprensione di ogni consumatore: bastava, e basta, entrare in un supermercato o andare a fare il pieno al distributore per rendersi conto del danno prodotto. Tutto chiaro dunque? Il merito della vittoria di Talarico va assegnato, tutto intero, proprio a Donald Trump? Ne dubito! Fenomeno complessi di questa portata non possono mai essere il prodotto di un’unica causa. Provo a spiegarmi meglio. Sicuramente nei sondaggi il fattore economico sarà risultato se non l’unico, quello nettamente prevalente. Ma ciò che porta il dato economico ad assumere un certo significato nella testa della gente, in un dato momento, non ha, a sua volta, quasi mai carattere esclusivamente economico. Per farla breve, ci sono cause che balzano all’occhio, per esempio il prezzo della benzina, e cause più difficili da rilevare. Cause che operano a livello subliminale e/o contestuale, ma che non sono, per questo, meno impattanti.

Provo ad indicarne due di questi fattori che, per come la vedo io, hanno concorso allo tsunami Talarico pur essendo meno espliciti dell’inflazione. Il primo è l’incertezza. Quando i poteri sono molto concentrati e alla testa del sistema si hanno persone come Trump, nessuno può fare piani che vadano oltre il giorno dopo. Non possono pianificare le imprese e neppure le famiglie generando, alla lunga, una percezione diffusa di insicurezza difficile da sopportare. Il secondo fattore credo sia ancora più importante del primo. Se c’è un pilastro sul quale tutti i populisti hanno fatto e fanno grande affidamento è quello delle critica all’establishment, della critica alle élite, della critica ai vincenti della globalizzazione sostenuti, soprattutto negli ultimi 40 anni, un po’ da tutti, dalla destra e come dalla sinistra tradizionali. Dire che Trump ha sfruttato ampiamente questa narrazione è dire ancora poco. La sua stessa storia personale pregressa, caratterizzata dall’emarginazione dai salotti buoni, dava ampio credito a questa sua rappresentazione. Una rappresentazione che Talarico ha saputo smontare e ribaltare a suo favore additando, come meglio non si potrebbe, nelle nuove autarchie, nei candidati del partito repubblicano e nella figura di Tramp i nuovi paladini delle medesime oligarchie che, a parole, dicono di contrastare: Ilon Musk in testa!

Nel suo “discorso di vittoria” Talarico sembra esprimere una nuova narrazione che attinge alla più profonda e autentica tradizione popolare ottocentesca americana. Davide, il popolo – il popolo formato dalla stragrande maggioranza dei cittadini che producono la ricchezza primaria, la ricchezza materiale del paese, il popolo degli infermieri, degli insegnanti, degli agricoltori, degli allevatori, dei lavoratori dell’industria – può vincere ancora una volta Golia: la finanza, i nuovi oligarchi dell’hi-tech, la politica autarchica corrotta. Il popolo può farcela se i democratici sapranno cogliere, nella gente comune americana, la fionda necessaria al lancio del sasso micidiale. La differenza tra destra e sinistra, nel linguaggio di Talarico, si traduce nella differenza tra alto (le oligarchie autarchiche mobili e cosmopolite) e basso (le famiglie, le comunità locali, i perdenti della globalizzazione, i falliti della meritocrazia). L’idea di democrazia che traspare nel “discorso di vittoria” è molto semplice. Sembra presa alla lettera dalla famosa canzone di Giorgio Gaber: “la libertà non è star sopra un albero, non è neppure il volo di un moscone. Libertà è partecipazione”. Democrazia è condivisione, sono standard sociali, beni comuni, doveri prima che diritti, che devono valere per tutti ed essere rispettati da tutti. Democrazia significa fiducia nel prossimo. La speranza che la dignità umana, che è universale, possa, alla fine, imporsi sul superomismo anarchico.

È probabile che questa mia interpretazione del “discorso di vittoria” di Talarico, sia “leggermente forzata”. Credo però che, lungi dall’essere risolutiva dell’instabilità degli States, la vittoria democratica aprirà fatalmente un confronto, sia a destra sia a sinistra, su un aspetto cruciale del profilo politico culturale populista e sovranista: quello del contrasto alle nuove élite meritocratiche. Si tratta di un tema che le destre illiberali hanno saputo strumentalizzare magistralmente. Una strumentalizzazione che, però, leader della statura di Talarico sembra possano, in qualche modo, efficacemente smascherare per poi riprenderne gli argomenti su un terreno più verosimile e perfettamente compatibile con lo spirito e la più genuina tradizione democratica.

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