
Foto di Ben Kerckx da Pixabay
Donata Gradinati
Innumerevoli volte e per svariati motivi, diamo il nostro indirizzo. Lì mi trovi, lì c’è casa mia dove trascorro parecchie ore della notte e meno ore della giornata, da solo o con altri affetti. Abitiamo il mondo e nella nostra casa viviamo e custodiamo il nostro piccolo mondo, tempio del nostro io. La prima e molto spesso non unica abitazione, nel corso della vita, ci accoglieva al primo respiro, quando le donne partorivano in casa e, nella luce che ci avvolgeva e ci avvolge, incontriamo la prima comunità.
Nessuno di noi decide il tempo in cui nascere, ma ognuno di noi vive il proprio tempo e cresce nel proprio tempo in un contesto di affetti: famiglia, parenti, compagni di scuola, amici, persone che incontriamo, famiglia che formiamo.
A gattoni abbiamo percorso il pavimento della nostra prima abitazione e improvvisamente, alzandoci, abbiamo cercato l’equilibrio per rimanere in piedi e i nostri primi passi ci hanno condotto alle persone che avevamo intorno. Il nostro percorso ha avuto inizio, camminiamo verso gli altri alla scoperta di ciò che ci circonda.
Nella storia di altri tempi, per decenni, padri e figli hanno avuto l’opportunità di condividere la stessa abitazione, hanno sentito la necessità e avuto la possibilità di rimanere insieme, ampliando magari la stessa o costruendone un’altra poco distante, nello stesso territorio. Là dove padri e figli, da diverse generazioni, si tramandano il mestiere, quello dell’artigiano, dell’agricoltore, dell’allevatore, mantengono un legame indissolubile con la terra dove sono nati e cresciuti. È in quella realtà che il tempo pare fermarsi nella quotidianità, nella stessa luce del giorno, nel rispetto dei ritmi della natura, è lì che l’uomo è in totale armonia con l’ambiente e con chi ci vive. È lì che viene messa a frutto l’esperienza del vivere comune in un contesto di rispetto reciproco, mantenendo vive le tradizioni che la storia tramanda.
La terra lega a sè le persone che la lavorano.
Non sempre abitiamo nel luogo dove siamo nati. La tecnologia ha fatto in modo che il mondo entrasse nelle nostre abitazioni, sollecitando la curiosità, la voglia di conoscere, di sperimentare, di sapere, di scoprire nuovi orizzonti che per molti giovani sono il motivo per cui trovano più interessante e remunerativo il lavoro all’estero, dove si trasferiscono e mettono su famiglia.
È il lavoro quindi che ci fa abitare.
Se potessimo scegliere, credo che la maggior parte delle persone tornerebbe a vivere nel luogo dove è nata, dove ha vissuto il periodo della giovinezza e di formazione della propria identità, che è tempo di massima energia, dove tutti gli affetti assumono un’importanza vitale e dove l’abitare ha il significato di sentirsi parte integrante di tutto ciò che ci circonda.
Sentire di appartenere al grande incanto che a mio parere significa dare l’opportunità all’uomo, sin da piccolo, di prendersi cura del luogo in cui vive, di sperimentare in prima persona il gesto di porre il seme nella terra per veder crescere il fiore, nutrimento per le api, o cogliere la zucchina che potrà mangiarsi a pranzo. Ridare libertà, casa e vita al povero animale abbandonato per poter conoscere, attraverso questi semplici gesti, l’ABC dell’AMORE, sperimentare che nel dare si riceve per divenire IO protagonista, in grado di cambiare ciò che non va e non subire passivamente ciò che succede.