I giovani e l’autentico risveglio

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Dario Eugenio Nicoli

Tra gli slogan comparsi nelle manifestazioni studentesche del 16 ottobre, il più interessante è «ci state rubando il futuro». Certo, ci sono anche temi politici e rivendicazioni puntuali come gli affitti per gli universitari; inoltre non va presa sotto gamba la minaccia perentoria: «vi blocchiamo il presente». Ma è la prima frase a colpire in quanto unisce la rivendicazione sociale con l’espressione di uno stato d’animo, e che suscita tre domande:

  • è una generazione condannata ad un futuro peggiore rispetto alle precedenti?
  • sono rivendicazioni di giovani privilegiati, e fragili, che non vogliono affrontare i sacrifici della “gavetta” come hanno fatto quasi tutte le generazioni precedenti?
  • chi sono questi “altri” che starebbero rubando ai giovani il futuro?

Un futuro peggiore?

Il tema della scuola è il più complicato, in quanto gli studenti possono cogliere solo alcuni aspetti pratici: lo stato dell’edilizia, il valore delle esperienze esterne i PCTO, il tipo di relazioni che si instaurano con gli insegnanti (è tipica l’accusa “non si accorgono neppure che esistiamo”) ed alcuni disequilibri nella valutazione, ma non possono certamente addentrarsi nelle questioni dei curricoli e del metodo di studio, se escludiamo la giusta critica a riforme a getto continuo senza un tempo di sedimentazione che aiuti a verificarne il valore ed a intervenire su ciò che l’esperienza indica come errato o addirittura dannoso. Vanno ricordati anche i miglioramenti: i Neet, giovani di 15-29 anni che non lavorano né studiano, sono al 13,3%, dieci punti in meno rispetto al 2020, anche se le donne restano al 14,9%, contro l’11,8% degli uomini ed il Mezzogiorno continua ad avere valori più alti.

Passando al tema del lavoro, il tasso di occupazione è al 63,0%, il valore più alto dall’inizio del secolo, mentre quello di disoccupazione al 6,3% è il più basso. Con il 19,9%, è in calo anche il tasso di disoccupazione dei giovani iscritti alle liste di collocamento, sempre però più alto della media europea. Ovviamente il calo demografico migliora le opportunità occupazionali, ma un terzo dei candidati neo diplomati e neo laureati non viene accettato dalle imprese perché giudicati mancanti di alcuni fattori decisivi: la tenuta delle 8 ore giornaliere, l’interesse per il lavoro in sé e la scarsa propensione a cooperare con gli altri.

Contrariamente alla narrazione diffusa, oltre i due terzi dei giovani hanno un contratto a tempo indeterminato, un fattore costantemente in crescita. Rimane la quota rilevante di neo laureati costretti allo stage negli studi e società di consulenza delle professioni ordinistiche (avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti) in cui il tirocinio è obbligatorio per l’accesso all’albo. Una vera forma di sfruttamento.

A conferma della tradizione italiana, sempre più risorse vengono dedicate alle pensioni piuttosto che ai giovani al primo ingresso nel mondo del lavoro. Per tutti gli italiani, gli stipendi sono tra i più bassi della media europea, mentre permane la tendenza ad una lenta progressione di carriera.

In definitiva, quello che si prospetta per i giovani è un futuro problematico, ma non decisamente peggiore rispetto a quello delle generazioni precedenti.

Giovani privilegiati e fragili?

Diverse voci sostengono che molti degli studenti che affollano le manifestazioni godono di uno stile di vita agiato, le cui famiglie garantiscono loro beni materiali ed esperienze che si possono definire benestanti secondo la scala dei bisogni di Maslow. Piuttosto, essi soffrono di povertà culturale, relazionale e spirituale, poiché mancano di sicurezza emotiva, autostima e fiducia negli altri e nel futuro, oltre alla convinzione di star realizzando i propri obiettivi personali.

L’ esigenza principale di questa vasta componente di giovani consiste nell’evitare, nel momento in cui trovano un lavoro, di perdere lo status socio-economico di quando erano studenti. Il fatto che tre quarti dei giovani-adulti risiedano ancora nella famiglia d’origine dipende dallo scarso reddito unito ai costi proibitivi di un alloggio autonomo. La metà di quelli che vivono da soli riceve regolarmente, o secondo necessità, un aiuto economico dalla propria famiglia che si preoccupa di garantire loro un tenore di vita simile a quello precedente. Da diverso tempo tale forma di sostegno continuato sembra normale, ma non è certo favorevole alla formazione di una personalità autonoma che insegni loro a saper sopportare momenti di ristrettezza in cui è necessario rinunciare ad alcune delle proprie abitudini consolidate per perseguire il proprio obiettivo.

È molto differente la condizione di quel 10% di giovani che vivono davvero in una condizione di indigenza e che soffrono per la mancanza delle condizioni basilari di una vita dignitosa. Ne fanno parte soprattutto bambini ed adolescenti di famiglie di immigrati, ma anche figli di genitori che svolgono lavori poveri e meno tutelati e che vivono in abitazioni in affitto. Sarebbe necessaria una lotta più mirata contro la povertà, un tema che ricorre raramente nelle manifestazioni in quanto anche tra di loro gli indigenti hanno minor peso statistico oltre che politico.

Tornando ai primi, va detto che l’etichetta di “generazione fragile” è ingiusta anche solo per il fatto che l’inquietudine e la paura del futuro sono sentimenti comuni a tutta la popolazione, una sorta di “spirito del tempo”. Ciò spiega anche perché il termine “resilienza” torna continuamente in ogni discorso: è un segno della mancanza della virtù della fortezza.

La gran parte dele ricerche concordano sul fatto che con l’età cresce la percezione del malessere, la sensazione che le molte opportunità disponibili non conducano necessariamente a un’esistenza più piena. È risaputo che la società contemporanea offre una straordinaria quantità di mezzi, ma appare molto restia ad indicare i fini di un modo di vita che sembra contraddire le esigenze più profonde della persona umana.

Chi gli sta rubando il futuro?

Nei giovani che manifestano si intuisce un animo buono, il desiderio di comunità e la voglia di mettersi in gioco, ma vi sono anche tre fattori che stridono: in primo luogo la ricerca del “grande colpevole” di tutto ciò che non va – il capitalismo, la politica, il sistema…, inoltre la convinzione che scendendo in piazza e ripetendo slogan si possa imprimere alla storia una svolta decisiva verso un mondo giusto, infine la suggestione della violenza come forza levatrice del tempo nuovo. Purtroppo, questi elementi rappresentano la cattiva eredità del passato, quello che negli anni ’70 e ’80 era tacciato come infantilismo, un’idea di cambiamento che non richiede la fatica del pensiero e il coraggio di una vera svolta della loro vita. Di questa eredità occorre liberarsi perché impedisce di cogliere ciò che blocca le forze buone che pure sono presenti nel tempo che viviamo.

Non basta manifestare in pubblico perché il futuro sia visto positivamente: la giovinezza è l’età non solo dei sogni, ma anche dell’entusiasmo nel proiettarsi in avanti, in una scena nella quale si ha qualcosa da dire, e non solo da subire. Il carattere profondo della giovinezza è sacro, ed è sacrilego soffocarlo con negatività, cupezza e pessimismo cosmico, lo spirito del tempo che stiamo attraversando.

L’epoca dei grandi movimenti sociali, ad esclusione del cancro del terrorismo e di chi lo giustificava, era intriso di una grande speranza nel futuro: era l’eredità del messianismo cristiano, che le ideologie politiche comunista, liberale ed anche socialcattolica avevano trasformato in programmi sociali realizzabili. A differenza di allora, la corrente religiosa si è inaridita, così la realtà ha perso il suo splendore, il futuro la sua attrattiva, e ciò spiega perché   le manifestazioni sono più rabbiose e venate di distruttività. Viene infatti il sospetto che non vi sia – come molti dichiarano – una netta distinzione tra la massa pacifica e la minoranza violenta, ma che si usi in modo consapevole lo slogan tipico dei gruppi radicali (“blocchiamo tutto”) perché anche i falò e le distruzioni sono strumenti del populismo di sinistra. Mentre è più probabile che suscitino il desiderio di ordine e favoriscano l’altro populismo, quello di destra.

La modernità ha separato le persone dalle loro radici, ha ridotto la religione ad un fatto intimo ed insignificante sul piano pubblico ed ha diffuso l’idea dell’individuo che-si-fa-da-sé; ora siamo immersi nella postmodernità affascinata dalle filosofie deboli che negano l’esistenza di ogni verità, che ha portato ad un Occidente spaventato dall’apocalittica della fine del mondo e dell’autoaccusa di ogni nefandezza storica.

C’è però sul fondo delle coscienze, anche se ancora inerte, una nostalgia per un mondo in cui le persone si dedicano a un bene più grande, solido e duraturo nel tempo, ma oggi queste sono frenate dall’eccessivo attaccamento a ciò che si dovrebbe lasciare. Verrà il tempo, e non sarà lontano, in cui sorgeranno movimenti nuovi, attratti da uno stile di vita che purifica e rallegra il cuore e l’anima, che rispetta ciò che è sacro e si dedica a far bene, insieme agli altri, il proprio compito, riconoscendosi eredi di una grande storia millenaria di civiltà. E sarà un tempo di risveglio e di inatteso fervore. 

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