
Quel che Mario Draghi ancora non dice o, forse, appena sussurra o, magari, non può dire del tutto.
Bruno Perazzolo
Allo scopo di togliere ogni ambiguità a quanto di seguito dirò, premetto che considero ciò che Draghi, da diversi anni, sebbene poco ascoltato, va dicendo sull’Europa tra le affermazioni più lucide e lungimiranti che io abbia mai sentito provenire da una fonte tanto autorevole e di prestigio internazionale. In altre parole, condivido completamente i suoi appelli per un’Europa all’altezza delle sfide globali (difesa, energia, tecnologia, mercato unico, custodia del pianeta, politica estera incisiva) che non possono essere affrontate, in solitudine, dai singoli Stati Nazione che ne fanno parte. Un’Europa capace, perciò, di competere e pesare nei rapporti con le altre superpotenze mondiali, nell’ottica di difendere i nostri valori e la nostra identità Occidentale oggi più che mai a rischio a fronte del venir meno di storiche alleanze che sembravano, sino a qualche anno fa, incrollabili. Aggiungo – per coloro che dovessero avere ancora qualche perplessità sulla gravità della condizione in cui si trova, tra gli altri, anche il nostro paese, secondo quello che potrei chiamare il “Draghi-pensiero” – il titolo del suo ultimo libro: “Competere o sparire”. Molto eloquente, non è vero?
Condivido, del Draghi – pensiero, soprattutto il nucleo del suo discorso: servono nuovi trattati europei limitati ai paesi che già oggi, in analogia con quanto successo con l’euro, sono disponibili a vincolarsi reciprocamente (chi non è d’accordo si chiami fuori!). Servono trattati che facciano dell’Europa un autentico STATO FEDERALE individuando bene le poche materie sulle quali i vari Stati membri devono trasferire sovranità all’Unione abolendo il principio dell’unanimità e, per conseguenza, nelle competenze trasferite, la prevalenza dell’interesse nazionale con il relativo diritto di veto che si porta dietro.
Detto questo arrivo, garbatamente, alla mia modesta osservazione critica per passare poi alle cose che, secondo me, Draghi sostiene troppo sottovoce o non dice del tutto probabilmente perché – formatosi in un mondo, quello della finanza, di norma troppo abituato a “ragionare in grande” – paga il prezzo della scarsa attenzione alle “piccole identità”. Piccole identità che, però, rappresentano, per la cosiddetta “gente comune”, la maggior parte delle cose che, nella vita, contano per davvero.
La nota critica riguarda il “federalismo pragmatico”. Ricorda troppo l’idea fondativa della CEE (Comunità Economica Europea) del 1957 quando l’ipotesi di un’Europa Federale (il Manifesto di Ventotene) fu scartata come utopica all’insegna dei “piccoli passi” basati sulla convergenza, pressoché unanime, degli interessi nazionali dei singoli paesi membri. In definitiva, il Federalismo Pragmatico di Draghi sembra fatto apposta per sottacere il fallimento dei “PICCOLI PASSI” (i progressi, anch’essi non certo esaltanti, dell’integrazione europea, principalmente nella sola materia economica, sono stati possibili proprio smentendo l’approccio dei “piccoli passi”) e dell’ideologia nazionalista, che, sotto mentite spoglie comunitarie, continuava e continua a sopravvivere malgrado i disastri procurati al continente nella prima metà del ‘900. Vero è che l’attuale federalismo europeo è reso necessario da fattori esistenziali. L’Europa o sarà federale, oppure sparirà con tutte le sue culture. Vero è che, alla fine, Mario Draghi propone ora, per l’Europa, non i piccoli passi, ma modello federale a tutto tondo. Tuttavia, nell’uso dell’attributo “pragmatico”, continuo a ravvisare, ben oltre l’ambiguità semantica, un grande rischio reale. Il rischio di sottovalutare gravemente il fatto che i grandi cambiamenti non avvengono mai per la sola necessità storica (o cambi o muori) o unicamente sotto la pressione di shock esterni (es. pandemia, guerra in Ucraina). Perciò la storia è spesso tragica. I grandi cambiamenti, nel bene come nel male, avvengono sempre quando, alla necessità storica o ad uno shock esterno, si accompagna un profondo cambiamento dello spirito. Si accompagna, cioè, un mutamento radicale di paradigma quale certamente è quello rappresentato dal passaggio dell’Europa incentrata sugli Stati Nazione all’Europa Stato Federale.
Arrivo, ora, alla questione delle parti che Draghi non dice. Per individuarle basterebbe chiedersi come mai, malgrado l’assoluta razionalità della Federazione Europea “qui ed ora”, i passi in questa direzione siano, a dir poco, incerti e troppo lenti. Come mai Draghi, un uomo un tempo potentissimo e navigatissimo nei sistemi politico – economici occidentali, resta sostanzialmente inascoltato? Abbozzo tre ipotesi. La prima. Il motivo della scarsa efficacia degli appelli di Draghi è sempre lo stesso: prevalgono ancora i nazionalismi mentre troppo deboli restano le istanze federaliste nei popoli europei e in chi li governa. Deve essere questo il vero motivo che ha portato Draghi a usare il termine pragmatico riguardo al federalismo. Non voleva spaventare troppo chi, cogliendo giustamente nel federalismo una grande idea antitetica, continua, più o meno consapevolmente, a “pensare grande-nazionale”. Dubito, però, che questo stratagemma lessicale possa avere, di per sé, successo nel convincere gli Stati Nazione a ridurre le proprie prerogative sino a quando continuerà a prevalere l’idea che, per esempio nel nostro paese, lo stesso federalismo sia un male a casa nostra mentre sia un bene in Europa. La seconda ipotesi rimanda al discorso profetico di Denis de Rougemont del 1963 tenuto all’università di Neuchâtel. Discorso ripreso, quasi alla lettera, dal politologo Parag Khanna nel suo saggio del 2016 “Connectography. Le mappe del futuro ordine mondiale”. Se si vuole veramente tifare per l’Europa, allora bisogna sostenere la frammentazione interna agli stati nazione. Sembra un paradosso, ma, pensandoci bene, è cosa ovvia e spiega bene il motivo per il quale regioni quali la Catalogna, la Scozia, le Fiandre o i Land tedeschi siano, in genere, assai più europeisti dei rispettivi Stati di appartenenza. Si tratta di aree geografiche dettate da uno specifico, forte dinamismo culturale e, però, a differenza degli stati nazionali più grandi, evidentemente troppo piccole per competere globalmente. Da qui, come è sempre successo in passato, la loro tendenza, pressoché naturale, a fare della debolezza un punto di forza, federandosi per resistere ai vari Leviatani della storia. Infine, la terza ipotesi. Quella al momento più rilevante. Negli ultimi decenni, per tanti motivi, la distanza tra la politica e cittadini è aumentata sensibilmente. Senza un corrispondente, robusto decentramento e il riconoscimento di forti autonomie locali incentrate sui principi della responsabilità e dell’autogoverno, la formazione di organizzazioni sovranazionali o di Stati Federali comporterebbe un ulteriore allontanamento tra istituzioni e gente comune che potrebbe risultare, e di fatto risulta già, parecchio indigesto. Detto altrimenti, una federazione europea costituita da Stati Nazione Unitari al loro interno, aprirebbe intere praterie al populismo – nazionalista e autocratico che, mentre promette più libertà al popolo, ne prepara, certamente in ambito europeo, la schiavitù. Va però chiarito che il riconoscimento delle autonomie locali deve avvenire non per lungimiranza dei governi centrali o mediante il referendum, ma solo come risultato della reale iniziativa delle comunità stesse. Ovvero, come l’esito di un movimento dal basso che segnali l’effervescenza della responsabilità di chi abita nei territori e delle loro associazioni.