
https://pixabay.com/images/download/x-3554566_1920.jpg
Dario Nicoli
Una persona di buon senso, che vuole interessarsi dei fatti che accadono nel mondo, capisce che siamo entrati in una fase nuova della storia, ma fa enorme fatica a farsi delle idee chiare sulla grande confusione che ci circonda.
Ciò dipende dai tragici conflitti accaduti negli ultimi anni che hanno interrotto, perlomeno riguardo all’Occidente, il lungo periodo di relativa quiete bellica che ci separa dalla fine della Seconda Guerra mondiale, ma deriva anche dalla grande babele di significati attribuiti proprio alla parola “pace”, un termine che nel corso di questo lasso di tempo aveva assunto l’accezione di “condizione pacifica” esito dell’idea che la civiltà sia giunta al suo definitivo ed irreversibile compimento, quasi che la parola “guerra” fosse divenuta una sorta di residuato storico. Una visione comoda, che ha indebolito la necessaria cura per i fattori che reggono e favoriscono una vera pace.
Papa Francesco, proponendo la famosa espressione della “terza guerra mondiale a pezzi”, ha sancito la rottura dell’illusione della pace come sbocco naturale, e quindi disimpegnato, della civiltà moderna, indicando il lento sgretolamento di quell’ordine che sembrava inviolabile, a causa del diffondersi di guerre locali come incendi generati da una concezione violenta del rapporto tra nazioni. Papa Leone XIV, nel recente discorso tenuto al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede ha aggiunto elementi importanti, iniziando dalla frase “la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”. Un discorso che non si limita a ricordare i valori di una visione cristiana dei rapporti tra le nazioni, ma che entra nel merito dell’attuale contesto con giudizi e indicazioni da cui possiamo ricavare il significato di una pace autentica.
Il primo punto riguarda le responsabilità dell’imbarbarimento delle relazioni tra gli stati, Papa Leone esprime un giudizio molto netto: “E’ stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui”. Ed è chiaro il riferimento – più volte ripetuto – alla responsabilità della Russia che, nell’invadere l’Ucraina (e prima ancora la Georgia e la Cecenia), ha aperto questa tragica stagione della “diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati” allo scopo di disegnare una diversa carta dell’egemonia sul pianeta ricercata mediante le armi e fondata sull’unione di paesi autocratici avversi ai principi sanciti dalla Carta dell’ONU.
Il secondo punto si riferisce all’esplicita condanna dell’uso della forza militare contro i civili, come è accaduto in Ucraina e a Gaza: “non si può tacere che la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale”. Questo vale, oltre che per la Russia, anche per Israele che ha risposto alla strage subita il 7 ottobre di un anno fa con un intento vendicativo sui civili, ma pure per Hamas che si è macchiata del delitto di “coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari”.
Qui si vede come anche nei conflitti occorre sempre garantire la tutela del principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita, valori che contano sempre di più di qualsiasi mero interesse nazionale.
Il terzo fattore riguarda l’illusione che la guerra possa portare alla pace, che questa sia possibile solo con la forza e sotto l’effetto della deterrenza. Ciò perché, secondo il Papa, “la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari”. Egli ci mette in guardia dal ritenere che la preparazione alla guerra sia l’unica via per la pace, e di considerare quest’ultima solo come un’opera di ricostruzione di quanto è stato distrutto in precedenza. Mentre è necessario garantire un insieme di fattori culturali ed ordinamentali appropriati per una pace autentica.
Sul piano culturale, ci mette in guardia dai “gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista”. Tre fattori che indicano il cemento ideologico da cui nascono i pericolosi fraintendimenti della parola “pace”. Da qui il bisogno “che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe” in modo da suscitare un dialogo autentico, senza fraintendimenti, “nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali”. Sono molteplici gli esempi di questa manipolazione; ricordiamo solo la sconcertante dichiarazione di Trump secondo cui “non esistono documenti scritti sulla proprietà danese della Groenlandia”, mentre è noto che quell’appartenenza è sancita dal trattato di Kiel del 1814, come dichiarato più volte dallo stesso governo USA a partire dal 1916.
Parole chiare e dialogo costituiscono la base del multilateralismo, il modo in cui vanno affrontate le controversie internazionali perché non sfocino nella logica della forza che, come ricorda il Papa, prima assume una forma verbale, e poi fisica o militare. Purtroppo, anche l’ONU partecipa a quel lento declino del valore veritativo delle parole, che va di pari passo con la sua debole e confusa azione di Peacekeeping in diversi scenari del mondo, com’è accaduto in Libano dove i 1200 militari del’ UNIFIL non sono riusciti a disarmare Hezbollah.
La pace autentica è fondata sulle libertà; Papa Leone segnala che specialmente in Occidente, si vanno “sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano”. Un clima censorio che finisce per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza per poi riguardare anche la libertà religiosa le cui violazioni sono in aumento specie con una vera e propria persecuzione dei cristiani, ma anche con la pericolosa diffusione dell’antisemitismo.