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Dario Nicoli

Si dice che le cose si vedono, o non si vedono, a seconda delle idee che abbiamo in testa. Questo spiega perché spesso il mondo che sta nei nostri pensieri si sostituisce ai dati di realtà: vediamo ciò che conferma la nostra visione e cancelliamo quello che la smentisce.

È questo il caso di Bauman che nel suo libro “Voglia di comunità”, ha svolto una dotta trattazione assumendo come stella fissa la definizione di Tönnies secondo cui la comunità si distingue dalla società per la “reciproca comprensione di tutti i suoi membri”. Non per un consenso o un accordo, due esiti propri della società, che si possono raggiungere solo a seguito di uno sforzo laborioso, mentre a rendere uniti i membri di una comunità è un sentimento reciprocamente vincolante, qualcosa che esiste già e che ci permette di capirci al volo.

Bauman rinforza questo concetto riprendendo l’immagine della comunità come “cerchio caldo” cui è estraneo il calcolo razionale proprio di chi dall’interazione con gli altri ricerca il proprio esclusivo vantaggio, un atteggiamento qualificato come freddo in quanto basato sul calcolo delle convenienze. Ciò che univa le persone che vivevano entro le comunità tradizionali, era invece un legame tacito e intuitivo, che non necessitava di riflessione, critica e sperimentazione.

Ma qualcosa avrebbe interrotto – sembra definitivamente – questo idillio: il colpo di grazia al mondo delle comunità perfette è avvenuto con l’avvento dell’informatica che ha portato ad uno straordinario “flusso di informazioni” che procede per forza propria, indipendentemente da chi le emana, tanto da rompere il confine tra “interno” e “esterno”, una delle caratteristiche fondamentali di quella forma di comunità. Non c’è più spazio per piccoli mondi conchiusi, tenuti insieme dalla medesima comprensione del “noi” come realtà distinta dagli “altri”.

Quindi secondo questo sociologo, a partire dagli anni ‘70 del secolo scorso, quando avviene la creazione dei personal computer, abbiamo assistito alla scomparsa della comunità, e con essa della possibilità di aggregati umani omogenei; da allora l’omogeneità va “estratta a forza da un ingarbugliato intrico di varietà”, tramite l’utilizzo di tecniche di selezione, separazione ed esclusione. L’unica forma di unità disponibile tra persone e corpi sociali è quella “prodotta artificialmente, gli accordi che ne derivano sono sempre segnati da precarietà e volatilità in quanto non più “naturali” ma negoziali. Essi risultano oscurati dalla memoria dei conflitti che li hanno preceduti e che perdurano ancora nel tempo; inoltre, hanno bisogno di “vigilanza, fortificazione e difesa”, ma non potranno evitare la fatale consunzione dei legami.

In conclusione: la comunità non potrà più essere ricostruita, e con essa scompariranno nelle persone la sicurezza della vita quotidiana e la serenità del non dovere compiere continuamente “scelte sempre nuove e rischiose”.

Tre cose non quadrano in questo ragionamento: l’utilizzo di una coppia di opposti – comunità e società – tanto rigida da non prevedere forme di vita composite; l’utilizzo di affermazioni categoriche – prima c’era, oggi non c’è più – che contraddice la coesistenza di fattori moderni e premoderni che la gran parte degli studiosi della nostra epoca ritengono compresenti nella postmodernità; infine – ed è il limite più grave – il travisamento di cui parlavamo all’inizio tra pensiero e realtà. Bauman neppure si sogna di guardarsi intorno per scoprire i molteplici, e crescenti, segni di comunità presenti nel nostro mondo, sia di quelle tradizionali che persistono e talvolta si rafforzano (specie quelle territoriali) sia delle nuove comunità (ecologiche, della salute, della ricerca spirituale…).

Quella connotata dalle tre caratteristiche indicata da Bauman – peculiare, piccola e autosufficiente – è una comunità idealizzata, una comunità che non esiste. Dubitiamo che esistesse, in quella forma perfetta, neppure nel passato, visto che anche le tribù primitive erano conflittuali al loro interno, e spesso erano tenute insieme dalla paura della punizione piuttosto che da un sentimento di comprensione reciproca.

Guardate attentamente l’immagine che abbiamo scelto per accompagnare questo articolo: potete davvero affermare che tutte queste persone sono individui senza alcuna appartenenza?

1 commento

  1. Author

    Tre considerazioni mi sembrano importanti, per quanto ho inteso io, dell’articolo di Dario. La prima: bisognerebbe sempre tenere distinte le concettualizzazioni, i tipi ideali – dei quali abbiamo sempre bisogno per discriminare le informazioni che raccogliamo – dalla realtà. Quest’ultima è sempre più complessa e raramente, per non dire mai, assume contorni manichei. La seconda osservazione, ancora più importante, è quella secondo la quale i tratti fondamentali dell’umanità non spariscono mai. Magari, negletti, finiscono in secondo piano, come i geni recessivi del DNA, ma non appena le condizioni adatte si ripresentano, ecco che tornano alla ribalta. Infine il terzo argomento più importante di tutti. Il cambio d’epoca che stiamo affrontando sembra proprio essere, per la stragrande maggioranza delle persone, proprio quel tipo di ambiente idoneo a fare riemergere, sicuramente in forme parzialmente inedite, la dimensione comunitaria nell’ottica di una istanza fondamentale: il bisogno di vivere più umanamente, integralmente, con tutto il corpo e anche con tutta l’anima.

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