Il tragico assalto a Capitol Hill rappresenta l’evento più radicale, sfuggito di mano agli organizzatori e sottovalutato dalle forze dell’ordine, di un conflitto profondo che da diversi anni lacera gli USA e che promette di dominarne la scena per molto tempo ancora.

La vittoria di Joe Biden indica non la conclusione del conflitto, ma un episodio di uno scontro di lunga durata che ha come oggetto l’identità dell’America e come posta in gioco il rapporto tra il popolo e le istituzioni. 

Sbagliano coloro che paragonano questo scenario con la guerra di secessione. Anche allora il conflitto era alimentato da un impasto inestricabile di tutti i fattori: ideologici, economici, politici e sociali, ma sono molto diverse le caratteristiche dei due schieramenti: mentre in quel tempo la bandiera della libertà sventolava sul fronte unionista, oggi è il variegato mondo dei sostenitori di Trump ad impugnarla. Negli USA è venuto alla luce un conflitto identitario, la cui virulenza è direttamente proporzionale all’assenza di un vero confronto tra le due posizioni. In uno scontro che ha assunto toni definitivi, quel che preoccupa maggiormente è l’assenza di istituzioni di dialogo: nel mondo accademico, invece che contribuire ad una cultura della ricerca della verità tramite il confronto, insegnanti e studenti fanno ciò che Mister Bean – ovvero Roman Atkinson – ha recentemente paragonato alla “folla medievale che si aggirava per le strade alla ricerca di qualcosa da bruciare” non solo impedendo di parlare a chi non la pensa come loro, ma mobilitandosi per la loro cacciata dagli atenei. Dalla parte opposta, impressiona la capacità di un personaggio totalmente impresentabile come Donald Trump nel raccogliere il consenso di quasi la metà degli elettori, nonostante la pratica abitudinaria delle fake news e l’uso spregiudicato del potere come strumenti per dividere l’America in due fronti sempre più visceralmente contrapposti.

Chi pensa – e sembrano tanti, da ambo le parti – che in America sia in scena la guerra finale tra il bene e il male non solo sbaglia i toni, ma contribuisce ad abbattere i ponti ed avvelenare i pozzi, e questo porterebbe davvero ad uno scenario prossimo ad un’insurrezione. Perché l’identità di una nazione non può essere l’esito di un’imposizione di metà della popolazione sull’altra.

Sarebbe sperabile che l’amministrazione Biden persegua una strategia del dialogo, per creare le condizioni di un confronto costruttivo, anche se con toni talvolta aspri, che conduca ad una maggiore comprensione delle tesi ora contrapposte e renda possibile una nuova fondazione del sentimento di appartenenza alla nazione americana.   

Dopo l’epoca dei nazionalismi e dei conflitti di classe, le popolazioni dei paesi occidentali non sembrano acquietate dal benessere raggiunto. L’esempio degli USA indica che le democrazie sono entrate nella stagione delle lotte identitarie, come reazione al gigantesco processo di globalizzazione perseguito dall’economia. Anche in Europa sono emersi in questi ultimi anni conflitti identitari: la Brexit ne è un esempio lampante, ma con una variante molto rilevante: un leader politico – il primo ministro Boris Johnson – sinceramente democratico oltre che preparato. Negli altri paesi, compresa l’Italia, la posizione identitaria è sostenuta da movimenti resi impresentabili da residui di simpatie nazifasciste e antisemite, i cui leader sembrano molto capaci nel raccogliere consenso agitando le paure di cui è preda la popolazione, mentre crollano inesorabilmente alla prova del governo della complessità.  

Non è quindi azzardato affermare che il prossimo scenario politico avrà come posta in gioco la leadership dei movimenti di centro-destra tra una fazione che interpreta il populismo in termini radical-distruttivi ed un’altra che lo declina entro una visione popolare liberale e democratica.   

“La democrazia rappresenta una forma del potere politico con molti difetti, ma con un grande vantaggio: tutti gli altri sistemi presentano difetti anche maggiori” (Winston Churchill). L’assalto a Capitol Hill certamente passerà alla storia, ma i suoi effetti dipendono ora anche da noi. Certamente si tratta, insieme agli esiti delle elezioni presidenziali USA, di sintomi eclatanti di una crisi profonda che minaccia di travolgere ciò che abbiamo di più prezioso. Possiamo prenderne atto e cercare di comprendere oppure pensare che una volta passato il pericolo in modo più o meno fortunoso, con qualche esorcizzante insulto rivolto ai “nuovi barbari”, tutto tornerà come prima. Poichè PensarBene è una comunità culturale fatta di gente che si aiuta a capire, la prima strada è d’obbligo. In quest’ottica faremo seguire a questo altri articoli  sia nel forum sia nel tavolo di confronto “comunità persona” sollecitando costantemente i vostri commenti e contributi che, se rispettosi delle regole del confronto civile (vedi in questo sito la sezione “regole”) pubblicheremo molto volentieri.

Dario Nicoli, Bruno Perazzolo

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