Foto di Sudarshan Poojary da Pixabay

Scusandoci con la giovane autrice per il ritardo con il quale pubblichiamo questo suo articolo inviatoci lo scorso dicembre (ritardo dovuto alle festività e alla scarsità di “risorse umane”, non certamente all’importanza del contributo che riteniamo pertinente e ricco di spunti) offriamo, con piacere, ai nostri amici e lettori, questa stimolante riflessione critica.

Sara Parola

Leggendo lo scorso articolo-sintesi pubblicato a ottobre (Argomenti per un modo di vita più umano), mi ha attirato molto il tema della dilagante cultura che disprezza ogni senso di appartenenza (alla famiglia, al territorio…), e della conseguente perdita di dimensione comunitaria; e ho potuto notare che lì si dava la maggiore responsabilità di questo fenomeno a una ideologia meritocratica. Tuttavia, secondo me, delegare tutte le cause della separazione delle élite e dello “slegame sociale” a una ideologia meritocratica, vorrebbe dire aver ricercato questi fenomeni consapevolmente, quasi malvagiamente, e soprattutto significherebbe attribuire troppo potere al semplice fatto di “pensare di avercela fatta solo con le proprie forze”. Anche perché mi pare che a disprezzare i legami di appartenenza, non siano solo le classi elitarie – almeno oggigiorno.

Per come la vedo io, insomma per quel (effettivamente) poco di esperienza che ho fatto, la società “si è slegata” non tanto per una mancanza di solidarietà o per un disprezzo volontario verso chi svolge lavori e vite più “terra terra”, ma più che altro perché ciò che le persone oggi cercano nella vita, non è più un qualcosa all’interno della società.

Vorrei portare una mia testimonianza: Quest’estate mi trovavo con un gruppo di giovani (più giovani di me) in una baita che da qualche anno viene aperta a luglio per un esperimento di vita comunitaria. Ogni pomeriggio si faceva una discussione e un giorno l’argomento era il problema dell’abitare. C’era un libro da commentare che parlava di come si possono “generare luoghi di vita comune” e tutti i miei compagni si impegnavano invece a trovare dei motivi per cui l’isolamento e la solitudine fossero importanti e di come ci fosse la necessità di preservarli. Oltretutto interrogati su come avrebbero progettato una sorta di “polis comunitaria”, essi rispondevano che gli spazi comuni dovevano essere cose come la cucina, e altri ambienti destinati a lavori improrogabili. Insomma, in pratica incontrarsi solo per il caso della necessità che ti spinge in quel luogo; e non, per scelta, per un piacere in sé dell’incontrarsi. Venuto il mio turno io dissi “secondo me il problema è che oggi non si *vuole* abitare”. Oggi l’abitare è visto come un mero *mezzo*, un fatto secondario. Il fatto di abitare in un certo luogo non è più considerato come qualcosa che ci caratterizza, ma come una contingenza. Oggi infatti si possono fare molte cose senza dover frequentare i luoghi della propria città o dei propri dintorni. Abitare è visto solo come un mezzo per sopravvivere: devo pur avere un tetto e un luogo dove fare arrivare tutti i miei servizi: acqua, luce, gas, Internet e abbonamenti Sky, Netflix…, spedizioni, un luogo anche dove sistemare le mie cose, ma non è più necessario *conoscere* i luoghi, e dopotutto non appena possono, molti partono alla rincorsa dei siti-da-visitare.

Quando ci si presenta (in un contesto informale), il dato “abito nel posto x” è ormai assolutamente secondario, non ci si sente “appartenenti” a un territorio. Abitare un dato posto non ha più valore in sé stesso.

Dunque perché la comunità non sta più in piedi da sola? Come mai oggi le comunità non semplicemente esistono, ma vanno “fatte”, cioè non nascono se non forzate grazie a iniziative apposite?

Perché le società si sono separate? Non per la meritocrazia, o di certo non volontariamente. Ma perché si pensa che la felicità non abbia bisogno di appartenenza, che essa sia un fatto individuale. Si pensa che la nostra identità non abbia a che fare con i legami sociali.

Molti credono che la felicità sia collezionare momenti di godimento, e io li chiamerei “turisti della vita”. Il problema –secondo me- non sta tanto (o non solo) negli effetti dannosi per gli altri a cui questa “rincorsa individuale ai beni” può portare, ma (anche) nel fatto che essa trasforma le tante vite in tanti atomi meramente giustapposti: se l’obiettivo di ognuno è accaparrare beni, in questo ci rendiamo simili tra noi, uniformi, ma al contempo anche estranei gli uni agli altri “la mia felicità non ha a che fare con la tua” e viceversa.

Io non penso che a mancare sia la generosità. Si vede ad esempio che quando su Facebook c’è una richiesta di aiuto, ad esempio per ritrovare un cane o perché si cerca qualcuno che esegua un certo lavoro, molti si attivano. Non penso nemmeno che il problema sia nella mancanza di associazioni di volontariato (che pure sono importantissime e richiedono una voglia attiva), ma il fatto è che la maggior parte delle volte, tutti questi soggetti mirano a loro volta ad aumentare il livello di benessere, inteso come godimenti. Quindi un mondo perfetto sarebbe massimamente felice? Il bene sarebbe che tutti possono permettersi ristoranti e viaggi di lusso?

Finché si cercano queste cose, che sono cose che riguardano il livello individuale, non ci sarà mai un senso di comunità. Una società di turisti non è una società di abitanti. Finché si pensa che il bene sia un’ “esperienza”, finché tutto è pur sempre rivolto a garantirti la migliore esperienza possibile, la massima funzionalità delle cose, cioè quando “l’importante è che comunque tutto passi nella maniera meno traumatica/più liscia possibile”, non vedo in che modo si possa dire di appartenere a qualcosa di più grande. Oggi mi sembra che l’aspirazione “ufficialmente” riconosciuta sia, non il cercare di capire qual è il proprio personale “posto” nel mondo (il proprio “chi”), ma il dedicarsi a fare ciò che “viene più facile/meglio”, o impegnarsi al massimo in una cosa per poi ottenere il corrispettivo guadagno in benessere personale, mettendo in secondo piano gli altri aspetti. Eppure, se anche si otterranno ottimi risultati facendo così, se anche si otterranno cose perfettamente funzionanti ed efficienti, saranno risultati senza senso, perché avremmo perso noi stessi e dunque, l’unica ragione di esistere. Saranno vite che hanno perso il loro posto specifico in riferimento al “tutto”, e saranno diventate così *contingenti*, *superflue*.

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