
Dario Nicoli
Una dipendente di un’università americana racconta ciò che le è accaduto dopo che il compagno era stato improvvisamente ricoverato: «non avendo figli o parenti nella zona, ero spaventata e sola mentre aspettavo in ospedale. All’improvviso ho visto arrivare la mia nuova supervisore. Si è seduta accanto a me, ha parlato tranquillamente e ogni tanto mi ha tenuto la mano. Quando è arrivato il medico lei ha fatto domande che io non avrei saputo fare… Non mi conosceva ancora bene, eppure ha preso tempo per starmi vicino. Quell’atto di gentilezza ha cementato il nostro rapporto come ‘famiglia’ ancora oggi».
Un insegnante molto estroverso aveva a scuola molti amici con cui si trovava volentieri: si scambiavano battute e confidenze, uscivano a bere qualcosa insieme, si vedevano anche fuori dal lavoro. Improvvisamente la brutta notizia: aveva un tumore. La sua vita non era più la stessa. Poi ne uscì guarito, ma con un pensiero chiaro in mente: «molti di quelli che ritenevo amici non si sono mai fatti vedere, in compenso mi sono stati vicini altri da cui non mi aspettavo questa disponibilità.»
Ci sono situazioni estreme, come l’esperienza nei lavori forzati in Siberia di cui parla Fëdor Dostoevskij
In Memorie da una casa di morti; nel racconto, egli descrive piccoli gesti tra detenuti: «un gesto umano, una parola detta senza scherno, bastavano talvolta a ridare a un uomo il senso di sé.»
Ma ci sono moltissime narrazioni minime: pazienti che ricordano come gesto decisivo non una terapia, ma un infermiere che li chiama per nome, o che spiega con calma cosa sta facendo; dipendenti che segnalano l’importanza di un superiore che ha nominato pubblicamente un loro contributo piccolo ma reale, o che ha ringraziato senza secondi fini: non un bonus, ma la frase «me ne sono accorto».
Molti insegnanti raccontano episodi simili: uno studente difficile che cambia non per una critica, ma perché un adulto ha sospeso il giudizio e gli ha detto: «so che puoi fare meglio», e ha aspettato.
Racconti ricorrenti parlano di uno sconosciuto che paga un caffè, qualcuno che aspetta senza protestare, chi aiuta senza spiegare perché.
Sono piccoli gesti che non risolvono problemi strutturali, ma “arrivano”, aprono una fenditura, mostrano una parte del mondo che ci parla, ci fa stare bene.
La gentilezza è una piccola apertura sul mistero: non cambia il mondo, ma cambia quel mondo per qualcuno. E spesso basta perché ha il potere di lasciar respirare di più la realtà.
La gentilezza che colpisce non resta interiore: si espande, produce realtà. È come un’immagine di come può essere un modo di vita migliore o più alto. Spesso si accende come una piccola luce nel buio: forte nella sua debolezza, entra in una scena dove accade una quotidiana lotta per difendersi ed affermare se stessi.
Charles Taylor ci esorta ad affrontare le crisi morali e politiche del nostro tempo e a trarre il massimo vantaggio dalle sfide che viviamo ogni giorno. Una delle più importanti è esistenziale: l’idea che ognuno di noi ha un modo originale di essere umano è entrata molto in profondità nella coscienza moderna. Cosa qualifica questo “mio” modo? Non è solo rifiutarsi di imitare l’esistenza di qualcun altro, non sei meraviglioso solo perché sei tu; il ‘rispetto per la differenza’ non richiede di rispettare qualunque cosa esprima ogni essere umano o ogni cultura. L’autenticità non è solo essere fedeli a se stessi, ma anche rispondere alle chiamate che vengono da fuori di noi.
Qui tocchiamo il punto centrale: perché la gentilezza, anche minima, viene ricordata per anni? non perché ti fa sentire te stesso, abbassando le difese che hai eretto a protezione della tua vulnerabilità, ma perché fa accadere qualcosa di irreversibile. Offre una tregua, una sospensione del già noto che si ripete come una condanna; dona un “secondo inizio” come un incremento di vita.
Opera come un gesto attraversato dalla grazia, un dono che viene da oltre, anche se chi lo compie non lo sa, non lo pensa, non lo crede, una grazia anonima che risveglia una sensibilità che alimenta un’attesa che ognuno riconosce dentro di sé e parla della possibilità reale di rinnovare la propria
esistenza.
La gentilezza operosa è la soglia umana attraverso cui l’amore entra nella storia, spesso prima della fede, anche senza il linguaggio religioso. I segni concreti con cui si esprime mostrano che Dio non entra nella storia con il fragore, ma con gesti che “arrivano”, perché fanno esistere di più.
Porta con sé un bene non spettacolare ma potente: impedisce che la solitudine diventi abitudine, che il male diventi disumano.
Essa agisce come una cura: là dove essa è vissuta, l’anima non si consuma ma si espande.
Le gentilezze ovunque si esprimono – a casa, al lavoro, nella vita con gli altri – producono piccoli “miracoli”: non risolvono da sole problemi “importanti”, ma trasformano gli sguardi esteriori ed interiori, aprono spazi di fiducia e accendono relazioni durature. Sono miracoli silenziosi, che possiedono il dono della redenzione. La corrente del fiume delle gentilezze attraversa i secoli perché nutre la natura profonda dell’essere umano.