Alice Chirico e Andrea Gaggioli ci accompagnano in un viaggio alla scoperta dell’importanza di riconoscere e vivere esperienze di profonda meraviglia.

Quando ci accorgiamo di aver incontrato qualcosa di molto più grande, importante e potente di noi, il tempo sembra fermarsi e ci sentiamo come sospesi in un “momento di eternità”, in profonda connessione con ciò che ci circonda. Questo sentimento intenso, che mette insieme meraviglia e stupore, ma talvolta anche sconcerto e paura, diventa un’esperienza trasformativa, cambia la nostra vita.

In inglese questa emozione si esprime con il termine awe, declinato poi in termini che spesso sentiamo pronunciare soprattutto da chi vive oltreoceano: awesome, wow, amazing. In italiano, anche se abbiamo un vocabolario ricco (ad esempio troviamo tanti modi per comunicare un sentimento d’amore) non esiste la trasposizione di awe, per cui gli autori ricorrono ad una perifrasi: la profonda meraviglia.

Il senso della meraviglia è naturale nei bambini, stimola in loro la curiosità, la voglia di conoscere e di esplorare, e allo stesso tempo mette in discussione tutto ciò che avevano creduto fino a quel momento stimolando curiosità, fluidità, flessibilità ed elaborazione. Con lo sviluppo la flessibilità cognitiva si riduce, è sempre più complicato cambiare prospettiva e ricombinare le idee in modo diverso, e la fissità, che pur consente di ordinare il mondo, non sempre è funzionale al benessere. 

​​Tante occasioni di meraviglia popolano le nostre vite ma spesso siamo ciechi nel coglierle perché il nostro sguardo è focalizzato su qualcosa di più “concreto”, come ad esempio le preoccupazioni quotidiane. Eppure, osservare il mondo con altri occhi, a qualsiasi età, permette di attivare processi di trasformazione e cambiamento che migliorano la qualità della nostra vita. La meraviglia è un’emozione epistemica, gioca un ruolo cruciale nei processi di comprensione e costruzione della conoscenza, e in ambito sociale spinge alla conoscenza di sé e del mondo.

La meraviglia va accompagnata, accresciuta e spiegata, anche grazie alla tecnologia, coltivando il desiderio di ricercare tra le proprie esperienze di vita momenti di awe, di eternità, per condividerli il più possibile, aiutando a riconoscere, apprezzare, gustare e progettare esperienze di questo tipo. 

Educare alla meraviglia è allenamento e scoperta continua, che spinge a partire dal quotidiano per andare oltre, motivati dalle lacune di conoscenza che percepiamo e dal desiderio di colmarle per tornare al presente e leggerlo in modo nuovo, rinnovato, più pieno e ricco di significato.

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3 commenti

  1. La recensione è molto bella oltre che condivisibile. Un solo punto mi sentirei di aggiungere all’idea di “MERAVIGLIA” che trovo, già nel breve testo, molto profonda e, ripeto, per quanto mi riguarda, vera. Da una breve ricerca in rete, mi risulta che Awe significhi anche, in italiano, “soggezione”, “deferenza” verso una realtà eterna più grande di se stessi. Se questa cosa ha un senso, e io credo che lo abbia, ciò spiega perchè le persone si meraviglino maggiormente da piccole. Quando sono grandi proveranno meraviglia in situazioni, contesti simili e non per altri dove, magari, qualcun altro resta incantato. In altri termini credo che la meraviglia sia collegata al tema dell’identità. Una sorta di imprinting culturale affettivo. Volendo essere ancora più chiari, penso che se uno, specie da adulto, si meraviglia troppo frequentemente e di troppe cose anche molto diverse tra loro, questo significhi più una posa, ovvero che non si meraviglia di niente

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  2. Oppure significa che dentro è rimasto bambino 😉

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  3. Osservare un bambino che prova meraviglia è contagioso… È un po’ come rivedere per la prima volta o vedere con occhi nuovi quella stessa situazione a cui magari siamo assuefatti, proprio come accade con un soprammobili a cui passiamo accanto più volte al giorno e che non vediamo più.

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