
Silvia Grigolin
In questo mese di marzo il terreno su cui stiamo lavorando si presenta all’inizio del percorso con qualche pianta di carciofo e rosmarino, poi un arco che sarà di rose porta ad un giovane frutteto di semi antichi, la serra è sulla sinistra e, in centro, un punto di ritrovo dal quale proseguire e arrivare infondo, ad un piccolo stagno e a siepi e more. Alla fine di tutto, un cancelletto da attraversare di rado, per lasciare spazio a chi, di notte, lascia tracce e solchi visibili al giorno. Ogni tanto il vento piega il canneto lungo il fosso e ci ricorda che a pochi minuti di auto il mare soffia.
Da qualche tempo, come associazione Family Way APS, stiamo piantumando un terreno che vorremmo potesse essere di tutti. Un luogo che un tempo era destinato ad aratro e trattore e che un domani potrebbe essere spazio in cui poter sostare, raccogliere un frutto o ascoltare il cielo. L’idea è che quel canneto possa piegarsi ancora per altri bambini e per altre mani di rughe che li accompagneranno. Questo mi rassicura. Così come mi rassicura una mia assodata certezza di educatore e pedagogista.
È e sempre sarà possibile esercitare un’influenza positiva sull’ambiente, nello spazio pensato per ospitare e accogliere l’altro, anche il bambino che sarà adulto tra qualche anno. Il campo tartassato negli anni dalla stessa coltura, può trasformarsi e vi rinasce la vita. Allo stesso modo un bambino può cogliere la bellezza dello stare insieme se gli si propone nel giusto modo, con un pensiero che sia “pensato bene”, di realizzare, per esempio, una qualche ricetta. Non ci sarà molto da dover spiegare, si ricorderà di aver riso sporcando tutto intorno, lo stupore del dolce lievitato nel forno, la sensazione di calore nella stanza, quel senso di intimità che avrà voglia di ricreare e ritrovare. Sarà con i suoi tempi, seguendo un lungo percorso, che coglierà come modularsi per star bene con gli altri e che ne trarrà piacere.
Non darei al bambino sotto i due anni un tablet in cui guardare gli uccellini da un dispositivo, ma lo accompagnerei a coglierne le sfumature del canto per capire se sono in allerta o allegri dopo il temporale. Potrebbe tornargli alla mente la paura dei tuoni o il confortante abbraccio del padre. Potrebbe ripercorrere le sue emozioni, riconoscere quelle altrui, rispettarle. Non sono sterili romanticherie. È il primo passo per vivere in pace con il resto del mondo. Purtroppo, e per fortuna, non si nasce sapendo stare al mondo. Si impara gradualmente a gestire i conflitti, a non alimentarli inutilmente, a non darsela a gambe, a non alzare le mani per trattenere un gioco. Alla mezzanotte del diciottesimo anno di età, ai ragazzi non viene trasmesso per magia lo scibile umano. Il bambino avrebbe diritto a poter acquisire gradualmente maggiore consapevolezza di sé, a quanta forza ci sia nelle braccia, quanto intenzionale possa essere il gesto. Andrebbe fatto nei tempi giusti, senza soffocarlo costringendolo a non sperimentarsi per timore che possa rompersi da un momento all’altro, vivendo con serenità le prime fasi di separazione e individuazione, avendo fiducia nell’infinito mondo di risorse che può portare con sé e nel fatto che al pianto possa seguire il sorriso. In seguito, alimentando questo processo è possibile che dell’altro ci si accorga, quindi che lo si possa osservare, notando che reagisce anche lui a degli stimoli. Il bambino, adulto del futuro, crescendo, dovrebbe potersi accorgere che tutto il creato, dalle foglie al papero, reagiscono all’impatto che questi esercita su di loro.
Se sotto i tre anni di età l’aiuola del singolo è solo sua e il confine con l’altra è poco compreso, dopo qualche stagione di esperimenti il bambino potrà cogliere come starci dentro senza distruggere il lavoro del vicino. Lo stesso bambino, facendo pratica con i colori, inizialmente pasticcerà dentro il proprio foglio, poi coglierà la reazione contrariata della compagna alla quale avrà imbrattato l’opera, e, solo dopo lunghi mesi, insieme ad altri, potrà lasciare traccia di sé su un grande cartellone dove aver dato forma ognuno alla propria fantasia.
Tutti questi passaggi sono frutto di esperienza diretta, non di freni e insicurezze e uccellini visti su un dispositivo. Con gli educatori l’invito è spesso quello di curare i particolari dei luoghi destinati all’accoglienza: l’illuminazione, la disposizione degli oggetti, pochi, semplici, in ordine e puliti. Si apprende per imitazione, si trasmette cura, curando. In uno spazio “ben pensato” si può alimentare un’atmosfera, un clima disteso nello stare insieme, far respirare benessere. Semplici oggetti di uso quotidiano con le loro diverse funzioni, posizionati in un angolo e non in un altro, facilitano la scansione dei ritmi, il fatto che ci sia un momento per fare merenda, così come per discutere e riappacificarsi. Leggendo il Manifesto di PensarBene mi chiedo quante epoche e percorsi l’umanità vivrà ancora prima di cogliere quando fermarsi per lasciare spazio all’altro e contemplare bellezza?
Mi pare che sia ora il tempo di risvegliarsi, non intravedo molte altre possibilità di risalita. Nel provare a risvegliare me stessa, mi avviliscono e frenano priorità tanto lontane e distanti dal bene comune, siano frutto del concittadino, che dell’uomo di stato. Torno così al terreno, soprattutto a quella sua area più vicina al confine, quella del cancelletto da attraversare di rado, per non disturbare creature altre da me che vi si muovono soprattutto di notte, quando il mondo umano finalmente si ferma un po’ e tace. E spero e sogno che un giorno lontano ancora possa essere un luogo di pace.
Grazie Silvia, abbiamo bisogno di tante riflessioni come quelle contenute nel tuo articolo. Riflessioni incentrate su un’esperienza concreta (bellissimo il titolo: il cancello sul confine). Abbiamo bisogno di storie, racconti, eventi perché non è facile cambiare lo sguardo cui siamo abituati e che ci impedisce di vedere, oltre la miseria, che c’è dell’altro su cui possiamo fare affidamento.